January 2026

La Fortuna nell’Amleto caso, linguaggio e visione del mondo in Shakespeare

La Fortuna nell’Amleto: caso, linguaggio e visione del mondo in Shakespeare

Il termine Fortuna ricorre con insistenza in Amleto e costituisce uno dei nuclei concettuali dell’opera. Shakespeare lo utilizza per esprimere una visione del mondo segnata dall’incertezza, in cui l’azione umana si scontra continuamente con forze che sfuggono al controllo razionale. Nel celebre monologo “Essere o non essere”, Amleto descrive l’esistenza come una condizione esposta ai “colpi di fionda e ai dardi dell’oltraggiosa Fortuna”, una formula che condensa l’esperienza della vulnerabilità umana di fronte agli eventi.

Dalla tradizione alla rappresentazione shakespeariana

Per il pubblico elisabettiano, la Fortuna non era un concetto astratto. Derivata dalla tradizione classica e medievale, era comunemente rappresentata come una dea bendata, associata alla ruota che eleva e abbatte gli uomini senza distinzione morale. Questa immagine, trasmessa da autori come Boezio, faceva parte di un lessico culturale condiviso. Shakespeare ne conserva i tratti essenziali, ma li inserisce in una struttura drammatica in cui la casualità non è neutra, bensì avversa al protagonista.

Nel monologo, la Fortuna è descritta come una forza violenta e oppressiva. L’aggettivo “oltraggiosa” (outrageous) suggerisce eccesso e mancanza di misura, trasformando il caso in un principio destabilizzante. La vita appare come un accumulo di eventi che si impongono sull’individuo senza offrire un criterio di senso. In questo contesto, l’azione perde efficacia: se gli esiti dipendono dalla Fortuna, ogni scelta rischia di apparire arbitraria. La paralisi di Amleto nasce anche da questa consapevolezza.

Accanto a questa dimensione cosmica, Shakespeare attribuisce alla Fortuna una valenza più concreta e sociale. Quando Amleto la definisce una “sgualdrina”, il linguaggio si fa polemico e morale. La Fortuna è presentata come infedele e corruttrice, capace di concedere favori senza riguardo per il valore. Questa rappresentazione riflette un ordine politico percepito come instabile, in cui il potere non è il risultato del merito, ma dell’opportunità e dell’inganno. L’ascesa di Claudio, che ottiene il trono e la regina attraverso un crimine, fornisce il contesto narrativo a questa lettura.

Il riferimento costante alla Fortuna segnala quindi una frattura tra l’azione morale e il risultato. L’individuo può riconoscere ciò che è giusto, ma non ha la garanzia che il mondo risponda alla giustizia. È questa distanza a rendere problematico l’agire di Amleto e a trasformare la tragedia in una riflessione sull’instabilità dell’esperienza umana.

Solo nell’atto finale si registra un mutamento. Prima del duello con Laerte, Amleto afferma che esiste una “speciale provvidenza nella caduta di un passero”. Si passa quindi dal concetto di Fortuna, che prevede che gli eventi siano casuali, a quello di Provvidenza, ovvero dell’esistenza di un piano ineluttabile, seppur oscuro a chi lo vive.

Diversamente da quando si parlava di Fortuna, in cui Amleto voleva poterne controllare l’esito, qua l’essere umano non ha alcun potere di influenzare il piano divino. Può però controllare la propria disposizione nei confronti degli eventi a lui predestinati. Solo perché le cose appaiono casuali, non vuol dire che lo siano.

Figlio del proprio tempo: la lotteria elisabettiana

Il rilievo attribuito alla Fortuna in Amleto è coerente con il contesto storico di Shakespeare. Nell’Inghilterra tardo-cinquecentesca il rischio e l’alea erano parte della vita quotidiana. Non esistevano casinò nel senso moderno, ma il gioco d’azzardo era diffuso in taverne e luoghi pubblici, con dadi, carte e scommesse. Più significativa, sul piano istituzionale, fu la lotteria nazionale autorizzata da Elisabetta I nel 1567. Ideata per finanziare opere pubbliche, con biglietti a prezzi piuttosto alti, la lotteria, seppur fallimentare, fu uno dei primi tentativi di utilizzare il gioco d’azzardo come strumento fiscale.

Questa prova di istituzionalizzare il gioco e adoperarlo per riempire le casse dello stato si rivelò lungimirante ed è tutt’ora in voga molti paesi, Italia compresa, con la differenza che non sono solo i più abbienti ad avere accesso: chiunque, oggigiorno, può avere connettersi ai siti di casinò e consultare le risorse online per accedere ai migliori bonus casinò.

Una Fortuna non casuale

In Amleto, la Fortuna costituisce una chiave interpretativa della condizione umana. Shakespeare mostra un mondo in cui l’incertezza non può essere eliminata, ma solo riconosciuta e affrontata. La tragedia non offre soluzioni definitive, ma registra il passaggio da una concezione del destino come forza cieca a una forma di consapevolezza che rende possibile l’azione pur nella precarietà. È in questa tensione, ancora attuale, che risiede la forza culturale dell’opera.

Shakespeare’s Lost Years_ Tra Silenzi e Supposizioni (1585‑1592)

Shakespeare’s Lost Years: Tra Silenzi e Supposizioni (1585‑1592)

William Shakespeare è universalmente celebrato come il più grande drammaturgo della letteratura inglese, ma c’è un capitolo della sua vita che rimane avvolto nell’incertezza. Tra il 1585, quando i suoi gemelli Hamnet e Judith furono battezzati, e il 1592, quando emerse come autore e attore nella Londra teatrale, le tracce documentarie sulla sua vita sono inspiegabilmente scarse. Questo arco temporale è noto come i Lost Years, ossia gli anni perduti.

Un vuoto nei registri storici

Non abbiamo fonti contemporanee affidabili che dicano cosa Shakespeare facesse in questi sette anni. Non compaiono documenti legali, contratti di lavoro o altre testimonianze certe che possano svelare le sue occupazioni o i suoi spostamenti. È a partire dal 1592, con scritti che lo citano direttamente nella scena teatrale londinese, che la sua presenza diventa inequivocabile nei registri storici.

Piste tradizionali e racconti antichi

Molte delle storie che circolano su questo periodo sono nate dopo la morte del drammaturgo e non sono corroborate da prove storiche. Una leggenda molto diffusa racconta che fosse stato coinvolto in episodi di bracconaggio sui terreni del signorotto locale, Sir Thomas Lucy, e che per questo fosse fuggito a Londra. Questa versione è menzionata da biografi successivi, ma manca di documentazione coeva.

Un altro racconto di epoca successiva sostiene che Shakespeare abbia lavorato come maestro di scuola di campagna, un’idea riportata da John Aubrey, ma anche questa ipotesi non è supportata da prove dirette.

Ipotesi più pausibili ma non verificate

Tra gli studiosi si è discusso di possibilità meno fantasiose ma pur sempre speculative: Shakespeare potrebbe aver trovato impiego presso compagnie di attori itineranti che visitavano Stratford e altre città, oppure aver iniziato a lavorare come attore e drammaturgo prima di stabilirsi definitivamente a Londra. Tuttavia, non esistono né consenso né documenti certi che lo confermino.

È anche vero che i biografi spesso proiettano indietro nel tempo la carriera teatrale di Shakespeare, ipotizzando che lavori come Enrico VI o La commedia degli errori siano stati composti verso la fine degli anni ’80 del XVI secolo. Ma queste date sono stime basate su stili letterari e prime testimonianze delle rappresentazioni, non su testimonianze dirette o altro tipo di prove.

Quando riappare sulla scena

Ciò che conferma con certezza la presenza del Bardo sulla scena teatrale è un pamphlet pubblicato nel 1592 dal drammaturgo Robert Greene, Greene’s Groats-Worth of Wit, in cui Shakespeare viene criticato come un nuovo “corvo arruffato” che si improvvisa autore teatrale. Questa è la prima menzione tangibile di Shakespeare come personaggio attivo nella Londra del teatro professionale.

Perché rimane un mistero

È utile ricordare che lacune nei documenti non erano rare nel XVI secolo, specialmente per persone non appartenenti alla nobiltà. Tuttavia, il silenzio sui Lost Years è particolarmente pronunciato per qualcuno che sarebbe poi diventato così centrale nella cultura inglese. Questa mancanza di prove non significa necessariamente che Shakespeare fosse assente da eventi importanti, ma piuttosto che nessuna testimonianza scritta è sopravvissuta.

Tra mito e realtà

Alla fine, i Lost Years di Shakespeare restano sì un enigma, ma uno di quelli alimentati più dall’assenza di prove che dalla presenza di fonti contraddittorie. Le teorie romantiche o avventurose possono essere affascinanti, ma gli storici concordano nel dire che nessuna versione è confermata dai documenti coevi. Quello che sappiamo per certo è che, al più tardi nel 1592, Shakespeare era già un drammaturgo e attore affermato nel vivace mondo teatrale di Londra, pronto a dare forma alle opere che più tardi sarebbero diventate classici della letteratura mondiale.